Ascolti (#1)

LesReveMogwai – Les Revenants (+ Les Revenants EP) [2012-2013] ★★★★☆

Non ascoltavo i Mogwai dal fantastico Mr. Beast del 2006. In quel breve periodo mi procurai in blocco anche tutti gli album precedenti, ma poi il mio interesse per la band finì lì, e guardando un attimo al volo wikipedia non credo di essermi perso niente di troppo travolgente in questi ultimi nove anni.

I Mogwai forse da zero non hanno neanche mai inventato niente, non lo so, ma hanno sviluppato un suono personalissimo e inconfondibile, e appartengono a quella famiglia di band -così senza pensarci troppo vi butto molto facilmente anche gli Air- che potrebbero benissimo tirare avanti all’infinito componendo una mezzoretta di musica ogni anno per accompagnare il progetto multimediale di turno, appiccicarci sopra il loro nome, stamparla in edizione limitata, magari solo su vinile, e portare a casa il risultato. Un po’ lo stanno già facendo entrambe, e fanno benissimo.

I Mogwai iniziano a lavorare alla musica di Les Revenants un po’ alla cieca, con in mano un semplice riassunto in inglese dello script. A riprese iniziate ricevono poi via via dai produttori copione definitivo, foto delle location, foto degli attori, richieste più specifiche riguardo ad atmosfere e scene, e possono così procedere ad inscatolare il tutto.

Ho visto la prima stagione (quest’anno ci sarà la seconda, ancora con i Mogwai), ho ascoltato l’album e ho trovato il progetto davvero riuscito:

– la serie è molto bella e ben fatta, e la musica originale la arricchisce senza mai strafare o suonare come una parodia, anzi con soluzioni piuttosto innovative,

– l’album, anticipato da un EP qualche mese prima, ed esteso includendo pezzi non usati nella serie, sta in piedi anche da solo come un disco vero.


gomezPeopleGomez Addams – People in the Shade [2014] ★★★☆☆

Ho conosciuto, virtualmente, Gomez Addams su un forum dei Weezer cinque anni fa. Non so molto di lui, solo che è di Cleveland, Ohio, è giovanissimo e in media butta fuori un paio di album ogni anno, registrando (quasi) tutto da solo nel giro di una manciata di giorni. Ed ogni volta sono sempre lì a fargli i complimenti.

Ha una pagina bandcamp dove trovate tutti i suoi dischi. Se volete iniziare ad ascoltarlo partite da Not A Light, ai tempi lo ascoltai per mesi e mesi in loop, è quello, fino a quel momento, un pochino più curato dal punto di vista della scrittura e della registrazione, ma in generale sono tutti piuttosto validi, vi direi quasi che uno vale l’altro.

Su questo album nello specifico non saprei che dire, è il disco di Gomez Addams che ascolto quest’anno, come faccio ogni anno da quando l’ho scoperto, e come sempre è molto carino. Indie-pop-rock non troppo lo-fi, belle melodie, belle canzoni, è uno che sa scriverle. Lo metti su e ti prende benissimo.

Scaricalo gratis.


endkadenzvol1Verdena – Endkadenz Vol. 1 [2015] ★★★★☆

È molto bello, nel senso che già al primo colpo di rullante il mio cuore si è spaccato in due e il contenuto è iniziato a colarmi giù dritto sulle dita dei piedi, ma sono, inteso sono loro, ancora dentro la bolla di WOW.

Non ci sento quattro anni di distanza. Non ho trovato una storia attorno all’album che me lo contestualizzi. I due/tre titoli di articolo che ho visto fanno riferimento al pianoforte e al registratore rotto, ma sia il pianoforte che il registratore (e hard disk) rotti c’erano già stati durante le registrazioni di WOW e avevano già contestualizzato quello, di album.

Oltre ai tredici pezzi rimane il fuzz, la voce doppia con l’ottava più alta, e la casa discografica che ha detto loro di dividere il disco in due volumi perché un altro doppio non glielo lasciavano fare. Mi sa tutto qui.

Ne riparliamo quest’estate dopo qualche live e il Vol. 2.


lostthemesJohn Carpenter – Lost Themes [2015] ★★★☆☆

Qualche film di Carpenter l’ho visto, ma posso tranquillamente dire di non conoscere Carpenter come regista, non ancora. L’ho però sempre molto apprezzato a priori perché sapevo che si curava da solo le colonne sonore e soprattutto perché dichiarava molto candidamente di non saper suonare.

Lost Themes a quanto pare non è una raccolta di scarti o materiale inutilizzato, ma una collezione di nove nuove tracce registrate senza sbattimenti o pressioni, ma anzi per puro divertimento, da Carpenter con l’aiuto di suo figlio Cody e del compositore Daniel Davies.

Il disco scorre abbastanza facilmente ma più che suonare come l’accompagnamento di un suo film mai girato sembra musica di sottofondo di schermate di caricamento di un videogioco per PC: non c’è niente di troppo sinistro o estremo, le composizioni sono interessanti ma non aiutate a dovere dalla produzione, un po’ troppo piatta, pulita e dentro i margini.


MI0003830040Pond – Man It Feels Like Space Again [2015] ★★★☆☆

Non mi pare niente che non sia già stato fatto dai Flaming Lips o, in maniera più convinta (e con le Canzoni), dai Tame Impala.

Qualche pezzo obiettivamente molto giusto da blastare in macchina, altri meh. Un po’ pochino.

Però Nick Allbrook è un gran figo e, da quanto ho appurato l’estate scorsa, ai concerti dei Pond c’è un sacco ma proprio un sacco di gnagna. Proprio tanta. Quindi Pond bravi tornate presto insomma, magari a sto giro bevo anche un po’ di più.


softMoonDeeperThe Soft Moon – Deeper [2015] ★★★☆☆

Non è esattamente la mia tazza di tè, ma mi sembra molto valido, se ti piace il genere.

Sono un grande fan delle parti di basso+chitarra+batteria minimale affogati nel riverbero -insomma l’old school-, molto molto meno delle parti un po’ più industrial, con quei sospiri della voce, i suoni degradati, quei synth fusi con la voce tipo sirene stonate alla Prodigy che fanno uiiiiiiiiiiiiiuuuuuiiiiiii, i tempi dilatati che non vanno da nessuna parte, insomma tutto quello che devia dal postpunk\new wave classico.

Quindi alla fine è tipo un 60% sì e un 40% no.

Me li vedo quest’estate.


Barragán_coverBlonde Redhead – Barragán [2014] ★★☆☆☆ ★★★☆☆+❤

L’idea che (non) mi sono fatto dei Blonde Redhead nel tempo è che sono divertenti da guardare. Non dico vederseli in concerto, ma proprio guardare loro tre, nel senso che vengono bene in foto. E direi che è questa la funzione principale dei Blonde Redhead.

Di sicuro li ho scoperti fuori tempo massimo, era già il tour di Penny Sparkle, cinque anni fa, e in quel concerto mi dissero ben poco. Di sicuro non mi fecero venir voglia di ascoltare i loro album.

Poi recentemente succede che li vedo in programmazione a Ravenna per metà marzo e mi dico andiamo, così a caso, decidendo che sarebbe stata la seconda e ultima volta che li avrei visti. Ho mollato il cash per il biglietto, 25€ (venticinque, reary?), mi sono procurato il disco più recente, che appunto ho scoperto essere questo, e me lo sono ascoltato.

Drew Brown (Beck, Radiohead..) fa il miracolo con un ottimo lavoro di produzione, vestendo di minimalismo un vuoto cosmico di idee.

Si ondeggia a caso tra diverse atmosfere, senza una linea precisa, Kazu Makino canta con sufficienza, come se si stesse facendo le unghie o sfogliasse una rivista di moda, molti pezzi partono non troppo convinti, si ripetono un po’ di volte ma poi non si risolvono, finendo in maniera tronca, come se in studio avessero detto “ok dai raga, 3 minuti li abbiamo, stoppiamola così e sticazzi, che tra un’ora ho l’inaugurazione della mostra di quel mio amico e non so ancora cosa mettermi”.

Ci sono un paio di momenti però in cui il tutto funziona a meraviglia: le ipnotiche “Cat on Tin Roof”, col suo incedere quasi stoner-blues, e “Mind to Be Had”, con un’atmosfera che mi ha ricordato i recenti My Bloody Valentine. Il merito è comunque, ancora una volta, della produzione, non certo del songwriting.

Direi che resto della mia idea, anche considerando che ci hanno messo quattro anni a preparare questo album.

56152-LOST-we-have-to-go-back-gif-WCRZEDIT POST CONCERTO: il live è stato una bomba e mi rimangio quasi tutto. No dai quasi tutto no, il disco rimane ok, è tipo un EP allungato ad album: 4/5 pezzi stupendissimi (non solo quei due, anche se la migliore è palesemente Mind To Be Had, che poteva continuare 20 minuti sempre uguale, con Kazu top che ballava alle tastiere), altri bellini e tutto il resto riempitivo.


dandeaconGlissRifferDan Deacon – Gliss Riffer [2015] ★★★★☆

Dan Deacon l’avevo scoperto nel 2012, con America, leggendo un’intervista stratosferica su Pitchfork, e vedendo un video making-of in studio che ora non ritrovo.

Sparate indie-fricchettone a parte dimostrava di avere una competenza fuori dal comune sul lavoro in studio, parlava di layer di strumenti acustici, di camere anecoiche autocostruite, della composizione della suite di venti minuti che chiude il disco, insomma dimostrava di aver le palle cubiche, e solo questo bastò ad incuriosirmi moltissimo.

America mi era piaciuto parecchio, ma mi era sembrato di capire che fosse un pelo diverso dal tipico suo album, ed in effetti c’era una divisione nettissima tra il suo sound classico (essenzialmente voci di cartoni animati col vocoder sopra a basi elettroniche vorticose, prese e velocizzate 1.5x volte rispetto al normale) e appunto quella suite in quattro parti.

In questo album una divisione così netta non la ritroviamo più, ma è comunque molto facile individuare due anime, una più prettamente canzone, anche se forse un pochino meno agitata che in passato, e quella più da esplorazione e sperimentazione, affidata alle ultime due tracce.

È proprio all’interno di questa dimensione che Deacon da il meglio secondo me, organizzando e costruendo incastri perfetti di tempi, controtempi, loop, come castelli di carte che crescono per addizione livello su livello fino al climax.

Secondo me tempo qualche anno e si inizierà a concentrare quasi esclusivamente su questo tipo di produzioni, forse realizzando che è un po’ sprecato a fare solo canzoncine pop con effetti buffi.

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Un Commento

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